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Zoran Music

 

Non siamo gli ultimi
L’atrocità e la bellezza dei campi di concentramento
“Non siamo gli ultimi” si intitola la sconcertante serie di dipinti dell’artista goriziano Anton Zoran Music. Un titolo che esprime la tensione morale di un artista che visse l’orrore e la tragedia dell’Olocausto in quindici mesi di internamento a Dachau. E che, parecchi anni dopo essere tornato in Italia, sentì il bisogno e il dovere della memoria. Dopo vent’anni di silenzio, durante i quali si è dedicato principalmente al paesaggio dalmata, Music torna agli occhi moribondi come centinaia di scintille pungenti . Un paesaggio di morti, di moribondi in un’apatica attesa che ha sempre occupato la sua memoria si sostituisce alle valli della terra natale. Ma anche in queste immagini si nasconde il germe di Dachau. L’esperienza del campo di concentramento ha rivelato a Music la verità dietro ogni elemento superfluo, e dai suoi paesaggi trasuda quella “verità che si cela dietro l’apparente stasi delle cose”(Jean Clair). Secondo il critico francese Jean Clair la vera scuola di Music non fu l’Accademia di Belle Arti di Zagabria, che egli frequentò tra il 1930 e il 1935. Ma fu la “scuola di Dachau” ad insegnarli a dipingere. Ulteriore prova ne è la serie “Motivi floreali” in cui ancora i rami, le piante si intrecciano come mucchi di cadaveri abbandonati che durante l’inverno stecchiti e come congelati ti fanno compagnia. A strati un fila di teste in avanti e, sopra, una fila con le gambe sporgenti. I cadaveri di Music sono forme senza più anima, fantasmagoriche urla di dolore. Colore del fango, colore della terra, ormai entrati in un mondo panico fuori di tutto quello che si poteva immaginare. In un mondo assurdo, allucinante, irreale. Forse un altro pianeta . Music racconta che vivere a costante contatto con i cadaveri, nella perenne paura di poter a sua volta morire in ogni momento, ha sdrammatizzato nei mesi di prigionia la presenza dei morti. Mesi durante i quali realizzò degli schizzi e dei disegni. Sembra che la drammaticità di Dachau esploda nelle suo opere degli anni Settanta, che emettono l’odore di decomposizione e di sporcizia del campo. Questi fantasmi a lungo sopiti nella mente di Music mostrano tutta la loro invadenza nella memoria e nell’arte di Music. Tanto che l’ultima serie di autoritratti realizzati da Music nel 2001 esprime la stessa violenza, la stessa opacità. Music sembra portare su di sé le ombre di quei cadaveri, il peso della memoria.
Zoran Music è morto nel maggio 2005 a Venezia, città dove si era stabilito dopo la fine della Guerra. Era nato a Gorizia e aveva studiato nelle scuole dell’impero Austro-Ungarico. Fu arrestato della Gestapo nel 1944, accusato di nascondere un capo della Resistenza. Il suo ingresso a Dachau avviene il 18 novembre 1944. Qui disegna di nascosto, riuscendo a procurarsi il materiale nella fabbrica in cui svolgeva i lavori forzati. E il disegno diventa subito una via di salvezza. Forse così mi salvo. Nel pericolo avrò una ragione di salvezza . Allo stesso modo oggi le sue opere possono salvarci, mostrandoci l’imperativo della memoria, avvertendoci che non siamo gli ultimi . Molti sopravvissuti ai campi di concentramento sentirono quella che Elie Wiesel definisce una missione impossibile, vocazione, responsabilità, obbligo di raccontare le proprie esperienze. Sembra che i quadri di Music lo facciano in una maniera più personale, meno esplicitamente rivolta a chi non ha vissuto le atrocità. Ma ciò non diminuisce la loro forza. Ci dicono con Primo Levi “E’ avvenuto e quindi può accadere di nuovo”. Si affiancano alla voce della madre di Elie Wiesel in “Credere o non credere”: si tratta ora di non dimenticare. Le pagine scritte da Zoran Music sulla sua esperienza a Dachau hanno la stessa durezza dei suoi dipinti. Egli descrive la sua urgenza di disegnare come necessità di disegnare per non far sfuggire questa grandiosa e tragica bellezza . Un concetto complesso e apparentemente sconvolgente. Secondo Pietro Citati Music era attratto dalla bellezza dell’orrido: quanta tragica eleganza in questi fragili corpi. I dettagli così precisi … è quanto di più lontano si possa pensare dal sadismo. Anzi mi pare un umanesimo e un amore per l’uomo così grande, da coglierne la straordinarietà anche fatto cadavere, anche ridotto a mucchio di ossa. Molto spesso ritorna nei sopravvissuti ai Lager questo concetto della bellezza. Anche il premio Nobel Imre Kertesz descrive un sentimento simile nel suo famoso romanzo “Essere senza destino”: “Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli “orrori”: sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno”. Quell’amore che Salvatore Quasimodo ha paradossalmente il coraggio di inserire tra due versi in cui compaiono le parole Auschwitz e campo di morte. Bellezza, felicità, amore. Parole che stridono, che non si possono pronunciare se si parla di Olocausto. Ma forse la memoria ha bisogno anche di queste parole. Di non dimenticare che sarà solo se l’uomo potrà sempre e comunque conservare bellezza, felicità e amore, che potrà salvarsi, potrà non essere il prossimo . Ad una conferenza sulla libertà dell’arte tenutesi in autunno a Bolzano, un esponente politico locale provocava in modo imbarazzante la platea, improvvisandosi artista e confermando una profondità culturale e morale praticamente nulla. Domandava se mai noi potessimo accettare l’immagine dei cancelli di Auschwitz con sopra una scritta “Bello”. Zoran Music, Imre Kertesz avrebbero risposto con le parole riportate sopra. Perché se ci fosse un’arte che propone questa immagine, non si dovrebbe perdere fiducia nella salvezza di cui parla Music stesso. Perché quell’arte non ci parlerebbe di negazionismo, ma ci parlerebbe dell’umanità dei condannati, dei loro gesti di amore. Ci darebbe fiducia di un’umanità che non perde mai se stessa. 24 gennaio 2007
Tommaso Martini (tommasomartini@sindromedistendhal.com)

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